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Polonghera

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Il toponimo Polonghera compare per la prima volta nel documento della fondazione dell’abazia di “Cavorre”, odierna Cavour, fatta nel 1037 Da Landolfo vescovo di Torino, in cui è menzionata la chiesa di San Nicolò del luogo di Polonghera.

Dice Agostino della Chiesa che il nome di questo villaggio gli provenne dalla giacitura lungo il Po, ma lo stesso afferma anche:” deduzione forse troppo semplice per essere vera”.

Sull’origine del nome Polonghera sono state fatte diverse ipotesi. La più antica attestazione del paese compare in un documento del 1037, nel quale viene citato come Polengaria: secondo il dizionario di toponomastica piemontese di Dante Olivieri, tale forma deriverebbe dall’aggiunta della desinenza -aria al nome o cognome Polengo. Tuttavia, l’interpretazione più diffusa fa risalire l’origine del nome alla sua posizione geografica, lungo il fiume Po (Padus in latino): padi longaria significa, infatti, “lembo di terra di forma allungata vicino al fiume”. Nei documenti antichi, inoltre, il paese è attestato come Polongaria, secondo il passaggio: padilongaria>pauslongaria>paulongaria>polongaria, poi diventato Polonghera.

Ci piace ricordare anche un’interpretazione più recente, frutto di fantasia, che fa risalire il nome del paese a un immaginario Paolo di Vercelli, che, dopo molte peripezie, si stabilisce nel territorio in cui il Varaita sfocia nel Po; qui racconta le sue avventure a chi di passaggio e regala loro una ghera, ossia una piccola moneta: così le persone iniziano a indicare il luogo come quello in cui «c’è Paulo d’la ghera», da cui Polonghera.

L’importanza di Polonghera cresce nel tempo grazie al passaggio, sul suo territorio, del sale proveniente da Nizza, e nel 1500 il paese si afferma come una delle sedi principali della gabella del sale. I primi insediamenti risalgono al secolo X periodo in cui il territorio era soggetto ai conti di Romagnano. La sua posizione strategica, a metà strada tra Saluzzo e Torino, e il suo essere lambito da due fiumi, il Po e il Varaita, lo rendono nel corso dei secoli oggetto della contesa tra i Savoia e i Marchesi di Saluzzo, entrambi desiderosi di controllarne il territorio. Dopo diversi contrasti, il paese entra a far parte dei possedimenti dei Savoia nel XIV secolo e viene affidato al conte Ludovico Costa, originario di Chieri.

Nonostante ciò, le condizioni economiche dei polongheresi sono simili a quelle degli abitanti di tanti altri luoghi di campagna: la popolazione è composta in larga parte da contadini che vivono grazie al lavoro nei campi e si affidano alla religione per preservare i frutti delle loro fatiche, minacciati da siccità, alluvioni, carestie, pestilenze.

Proprio la religione rappresenta uno dei fondamenti della vita dei polongheresi, il cardine attorno al quale ruotano le loro giornate: non è solo fede, è un sistema di interpretazione del mondo e di scansione della propria esistenza. Non stupisce, pertanto, l’alto numero di chiese che vengono erette: esse rappresentano punti di riferimento importanti per la popolazione e centri della vita non solo religiosa, ma anche civile e sociale.

Nel Medioevo a Polonghera sono presenti sicuramente le attuali chiese di San Pietro in Vincoli (la cui prima attestazione è del 1486) e di Santa Maria. Quest’ultima è in origine la chiesa parrocchiale e lo rimane almeno fino al 1545. In quest’anno nella relazione della visita pastorale di Monsignor Filippo De Mari viene citata la chiesa di San Pietro come chiesa parrocchiale, il cui giuspatronato spetta alla famiglia Sobrero, «vale a dire che i Sobrero avevano il diritto di scegliere il rettore della chiesa di S. Pietro». La chiesa di Santa Maria, invece, alla metà del Cinquecento, ormai in stato di degrado, viene chiusa al culto e adibita a cimitero.

Al XVI secolo risale la chiesa dello Spirito Santo, alla quale «faceva capo una confraternita di quaranta membri [fondata il 1° giugno 1578], vestiti di cappe bianche, che ogni giorno festivo si riunivano nella chiesa per l’ufficio, cioè per la preghiera».

A queste tre chiese si devono aggiungere alcune cappelle campestri, sparse sul territorio e costruite per devozione popolare ai Santi a cui sono dedicate fin dal XIII secolo.

Proprio da una di queste cappelle campestri ha origine la ricerca che viene presentata in questo libro, il cui nucleo fondamentale descrive la trasformazione che nel corso di tre secoli ha subito un pilone votivo posto al bivio di una strada di campagna, trasformato in cappella campestre prima e in santuario dopo. Polonghera, infatti, è particolarmente devota all’effige della Madonna dipinta su questo pilone votivo, risalente al 1400. Ogni volta che le circostanze sfavorevoli lo richiedono i polongheresi si affidano a lei e ne ricevono grazie e protezione. Pertanto, cercano di preservare e di conservare questo pilone, proteggendolo con la costruzione nel XVII secolo di una piccola cappella che possa difenderlo dalle intemperie e dal deterioramento dovuto al passare del tempo.

Tuttavia, la prova più grande che il paese deve affrontare è la citata peste bovina del 1714: ancora una volta, i polongheresi si affidano alla “loro” Madonna del Pilone, certi di trovare protezione e conforto, e per onorarla e ringraziarla decidono di erigere in suo onore un Santuario, il Santuario della Beata Vergine del Pilone, ingrandendo la cappella campestre e conservando al suo interno il pilone votivo.